Dichiarazione di Voto dell\'On. Maino Marchi su Rendiconto generale dell\'Amministrazione dello Stato per l\'esercizio finanziario 2012
1 ottobre 2013
Rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato per l’esercizio finanziario 2012 (Approvato dal Senato) (A.C. 1572); Disposizioni per l’assestamento del bilancio dello Stato e dei bilanci delle Amministrazioni autonome per l’anno finanziario 2013 (Approvato dal Senato)(A.C. 1573)
Dichiarazione di voto dell’On. Maino Marchi
MAINO MARCHI. Signor Presidente, il gruppo del Partito Democratico voterà a favore sia del rendiconto 2012 sia dell’assestamento 2013. Il rendiconto 2012 è il rendiconto di un anno difficile. Vi sono due dati positivi per la finanza pubblica che emergono: l’indebitamento netto, che scende al 3 per cento – e questo ci ha permesso l’uscita dal processo di infrazione per deficit eccessivo nel 2013 – e l’avanzo primario, che sale al 2,5 per cento.
Ma contestualmente il debito pubblico aumenta al 127 per cento, gli interessi sul debito pubblico del 10,7 per cento, da 78 miliardi a quasi 87, e questo dimostra che lo spread non è un’invenzione, non è un falso problema, ma ha degli effetti concreti. Il PIL è calato del 2,4 per cento in termini reali, in diminuzione anche il PIL nominale e la disoccupazione è salita all’11 per cento. Quindi dati contraddittori certamente.
Il 2012 è un anno con un solo Governo per tutto l’anno, il Governo Monti, ma questi risultati non sono solo l’esito del Governo successivo al Governo Berlusconi, ma al contrario risentono delle politiche degli anni precedenti. Il 2012 incorpora varie manovre di finanza pubblica: la legge finanziaria per il 2010 (Governo Berlusconi), la manovra estiva del 2010 (Governo Berlusconi), la legge di stabilità 2011 (Governo Berlusconi), la prima manovra estiva del 2011 (Governo Berlusconi), la seconda manovra estiva del 2011 (Governo Berlusconi), la legge di stabilità 2012 (ancora Governo Berlusconi). E dopo questi sei provvedimenti, per non citarne altri, che tutti hanno inciso sul 2012, c’è il « salva Italia », alla fine del 2011, con il Governo Monti, e la spending review di metà 2012, sempre con il Governo Monti. Questi ultimi due provvedimenti hanno cercato, anche con errori, come quello degli esodati, di metterci una pezza, di evitare il default, di abbassare lo spread e questi risultati li hanno ottenuti. Ma il disastro di fondo è stato determinato dalle politiche economiche precedenti e anche diversi aumenti di tasse sono stati decisi allora. In questi giorni si parla di IVA: ma vogliamo ricordarci che il primo aumento, dal 20 al 21 per cento, è stato deciso nel corso della conversione in legge di quel decreto-legge che era la seconda manovra estiva del Governo Berlusconi del 2011? E viene deciso perché quel decreto-legge e quello precedente scontano un’analisi inadeguata della situazione reale e ricette ritenute non credibili dai mercati, tanto poco credibili che il Governo, tra le varie misure, oltre a prevedere una copertura a regime di 20 miliardi tra maggiori entrate e minori spese, attraverso tagli all’assistenza e tagli alle detrazioni e agevolazioni fiscali, deve aggiungere l’aumento ulteriore, rispetto a quello dal 20 al 21 per cento, dell’IVA come clausola di salvaguardia.
Con il « salva Italia » il Governo Monti elimina le altre due ipotesi, impraticabili per quell’ammontare, e mantiene solo l’aumento dell’IVA dal luglio 2012, aumento che riesce ad evitare nel 2012 con il decreto-legge sulla spending review. E la legge di stabilità 2013, relatori alla Camera gli onorevoli Baretta e Brunetta, lo prevede solo per l’aliquota dal 21 al 22 da luglio 2013.
Quindi quest’ultimo aumento dell’IVA il PdL l’ha approvato. Poi il Governo Letta l’ha spostato al primo ottobre e se non fosse stata messa in discussione la stabilità politica si sarebbe potuto evitare fino almeno a fine 2013. Il 2012 non è isolato dai contesti precedenti nemmeno per quanto riguarda l’andamento dell’economia. Dopo la recessione del 2008 e 2009, questa più pesante degli altri paesi europei, e dopo la ripresina del 2010, più debole degli altri Paesi europei, alla fine del 2011 ricomincia la recessione che continua pesantemente nel 2012 ed è ancora in corso, anche se potremmo essere vicini ad un’inversione di tendenza se la politica non farà pazzie.
Il 2012 non è isolato perché risente di un fatto semplice: in Italia si è teorizzato, per tutti i primi anni della crisi, per tutto quel periodo, il Ministro Tremonti in primo luogo, che non occorrevano politiche industriali per uscire dalla crisi, che la crescita era un problema delle imprese. Non si è tenuto conto che da questa crisi così grave non si esce senza profondi cambiamenti e che la politica ha un ruolo fondamentale. Prendiamo ad esempio l’auto: in Italia se ne sono occupati Marchionne e i sindacati, negli Stati Uniti d’America Obama e in Germania Angela Merkel e hanno fatto la differenza.
Il Governo Monti qualcosa l’ha fatto, ma soprattutto sulle regole, liberalizzazioni, mercato del lavoro. Per il resto è sempre stato bloccato dalle rigidità di bilancio. Solo nel 2013 ha impostato un intervento concreto sui pagamenti delle pubbliche amministrazioni alle imprese. Il Governo Letta ha portato in porto quel decreto-legge e lo sta attuando. Più di metà dei 20 miliardi di euro stanziati per il 2013 sono già stati pagati alle imprese e ora se ne sono aggiunti 7,2. Si possono pagare, si debbono pagare tutti e 27 entro la fine dell’anno. Con il decreto-legge del fare, con interventi sull’occupazione giovanile, sull’edilizia, sull’efficienza energetica, sull’Ilva, sulla cultura, sulla scuola e sugli investimenti il Governo sta facendo le prime politiche che servono per l’economia. Non bastano – è fondamentale ad esempio ridurre le tasse sul lavoro alle imprese – ma sono indispensabili, anche per i conti pubblici. Senza ripresa economica non si risanano i conti pubblici. Non basta tagliare la spesa pubblica.
Il 2012 è stato il terzo anno consecutivo di diminuzione della spesa pubblica primaria in termini nominali e, quindi, tagli veri, ma in quei tre anni il debito pubblico in rapporto al PIL è sempre cresciuto, sia con il Governo Berlusconi che con il Governo Monti, perché è fondamentale il tema della crescita, del lavoro, dell’equità nella distribuzione dei redditi, anche per la finanza pubblica. E su questi aspetti va valutato l’assestamento. Nel 2013 siamo ancora in recessione, in modo più pesante rispetto alle previsioni. Di questo va tenuto conto riguardo al peggioramento di una serie di indicatori rispetto alle previsioni, alcuni per le scelte fatte sui pagamenti dei debiti delle pubbliche amministrazioni, da tutti condivisi. Ma noi dobbiamo guardare non solo ai risultati immediati, ma alle prospettive sulla base dell’azione di Governo. Un’azione di Governo che ha visto aumentare il peso dell’Italia sul piano europeo, che ha visto l’Italia riuscire ad incidere per iniziare a cambiare le politiche europee, con un maggior orientamento alla crescita, all’occupazione e agli investimenti, che ha avviato politiche di sostegno alle imprese e al lavoro, che potrebbe fare una legge di stabilità che sviluppi ulteriormente queste politiche, con ancora più coerenza rispetto agli obiettivi europei, e iniziare a cambiare il Patto di stabilità interno. Un’azione di Governo che torna ad investire sulla cultura e sull’istruzione. Abbiamo due decreti- legge da esaminare e convertire. Un Governo, quindi, che va sostenuto, ma con chiarezza e senza aut aut quotidiani. Questa chiarezza e questa responsabilità il Partito Democratico l’ha sempre dimostrata e la riconferma oggi votando rendiconto e assestamento.