\"‘Ndrangheta a Reggio Emilia\"
intervento dell\'On. Maino Marchi
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L’inchiesta della Magistratura e delle forze dell’ordine denominata Aemilia ha destato molta attenzione nell’opinione pubblica e si sono da diverse parti manifestati stupore e quasi incredulità.
Siamo senz’altro di fronte ad un’azione giudiziaria senza precedenti nella nostra provincia e con implicazioni certamente nuove rispetto al passato, in particolare relativamente al coinvolgimento di imprenditori locali e di personalità politiche (è stato arrestato chi aveva i ruoli istituzionali ed elettorali più rilevanti in Forza Italia).
Non è però una novità la presenza della criminalità organizzata mafiosa, e in particolar della ‘ndrangheta nella nostra provincia e nella nostra regione.
Quindi chi, in questi anni, ha denunciato questa presenza e ha organizzato iniziative, come hanno fatto il PD e le Amministrazioni locali a Reggio Emilia, può essere stato sorpreso della dimensione dell’inchiesta giudiziaria e per il coinvolgimento di alcuni soggetti, ma non certamente della questione in sé. Anzi, personalmente aggiungo la soddisfazione per il passaggio da denunce generiche, come accadeva fino a cinque o sei anni fa, alle prime azioni di contrasto di grande efficacia, come le interdittive antimafia, ad un’indagine che certamente provocherà procedimenti giudiziari di rilievo.
Capisco, ma non condivido, che si accusino gli amministratori locali e i dirigenti politici di aver sottovalutato la questione in passato.
Non condivido per tre ragioni:
- Gli amministratori locali hanno fatto manifestazioni pubbliche, negli anni ottanta, contro i soggiorni obbligati di boss mafiosi, per i pericoli, diventati poi realtà, che da lì potessero partire le infiltrazioni mafiose nei nostri territori;
- Chi chiedeva di essere edotto sulla situazione a Reggio Emilia veniva tranquillizzato fino almeno al 2007 dai vari organi dello Stato (a me è capitato in più occasioni quando ho chiesto incontri come nuovo componente della commissione parlamentare antimafia);
- La crisi economica e i problemi di liquidità delle imprese hanno prodotto una condizione favorevolissima per chi aveva il problema contrario, cioè riciclare nell’economia le enormi ricchezze acquisite con la azioni criminali in vari campi, in primo luogo il traffico di stupefacenti; è negli anni della crisi che vi è una escalation della presenza mafiosa nella nostra regione.
La consapevolezza della nuova situazione è ben chiara se si ripercorre l’insieme delle iniziative politiche istituzionali, legislative di questi ultimi cinque anni.
Nel 2010 la Regione Emilia Romagna inizia la nuova legislatura con due iniziative legislative antimafia: una nel campo dell’edilizia e degli appalti e un’altra per promuovere la cultura della legalità.
Subito dopo il Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna chiede all’unanimità che si istituisca una sede autonoma della DIA a Bologna (si dipendeva allora da quella di Firenze); la richiesta viene sostenuta da un’interpellanza urgente, a mia prima firma, di tutti i deputati PD dell’Emilia Romagna e della commissione parlamentare antimafia. Si ha una prima risposta positiva del Governo Berlusconi e poi quello successivo, il Governo Monti, con il PD in maggioranza, concretizza il provvedimento.
In quella fase iniziano le interdittive antimafia dell’ex Prefetto De Miro. Una riguarda i lavori dell’asse Bagnolo-Novellara. L’appoggio delle istituzioni locali a questi provvedimenti prefettizi è sempre stato chiaramente espresso.
Nella legislazione sul terremoto si chiede di inserire le white list per le imprese, non solo per i lavori pubblici, ma anche per gli interventi privati che beneficiano di contributi pubblici.
In questi anni Comuni e Provincia hanno sottoscritto diversi protocolli di legalità con la Prefettura ed altre istituzioni, innumerevoli sono state le iniziative promosse dagli Enti Locali per la cultura della legalità e di contrasto alle mafie, indagini sul fenomeno sono state commissionate dal Comune capoluogo. Non sono mancate iniziative di altre realtà, come l’Istituto Cervi che ha firmato un protocollo con Libera.
Anche le forze politiche, in particolare e soprattutto il PD, hanno promosso dibattiti e iniziative sulla questione.
Ecco perché mi sorprendo di chi si sorprende e mi sento di affermare che l’azione della politica locale e delle amministrazioni locali reggiane non solo non ha lasciato soli coloro che contrastano le mafie, ma, anzi, è stata di sostegno alla loro azione.
Mi vanto di aver detto in più occasioni che la mafia è un cancro che va estirpato. Soprattutto in una regione e in una provincia che erano tra le più povere all’inizio del secolo scorso e sono diventate tra le più ricche e con maggiore equità nella distribuzione della ricchezza a livello europeo, perché qui lo sviluppo è stato contraddistinto dal rispetto della legalità da parte dei diversi soggetti economici e dalla collaborazione tra loro, anche durante i momenti di maggior conflitto sociale.
Se le mafie penetrano nell’economia cambiano i connotati della società reggiana. E questo potrebbe avere effetti anche sulla politica. Chi ha svolto maggiori ruoli di governo locale in questi decenni ha il maggior interesse politico perché questo non avvenga e il cancro mafioso sia combattuto e vinto.
On. Maino Marchi