Riforme Istituzionali: una altro passo avanti
intervento dell\'On Maino Marchi
La Camera dei Deputati ha approvato la riforma costituzionale che prevede il superamento del bicameralismo perfetto, la modifica del Titolo V della Costituzione, il superamento delle Province, la soppressione del CNEL.
La modifica del ruolo del Senato, della sua composizione e della nomina da parte dei Consigli regionali, determina anche una riduzione assoluta dei parlamentari (i senatori passano da 315 a 100) e ancor più di quelli con indennità, che rimane solo per i deputati.
L’obiettivo è quello di far funzionare meglio la democrazia, eliminando procedure barocche e dispendiose in termini di tempo e, contemporaneamente, di dare maggiore rappresentanza alle autonomie locali, in quanto il Senato sarà composto da consiglieri regionali (non esclusi i Presidenti di Regione, che sono anche consiglieri e quindi eleggibili a senatori) e da sindaci. Ricevendo l’indennità dai loro Enti non vi è più l’indennità di senatori.
Il testo è stato modificato e migliorato in più punti rispetto a quanto approvato dal Senato.
Credo vi siano da sottolineare due aspetti.
Il primo è che non è una riforma inventata oggi. L’obiettivo del superamento del bicameralismo perfetto è presente come primo punto nel programma dell’Ulivo del 1996 e ne parlava già dieci anni prima Nilde Iotti, madre costituente, sulla cui convinzione nei principi costituzionali non possono esservi dubbi.
Certo non era scritto da nessuna parte che tale superamento dovesse avvenire nel modo in cui oggi è stato approvato, né che i futuri senatori debbano essere eletti dai Consigli regionali (a loro volta non composti da nominati, ma da eletti con le preferenze). Però doveva pur arrivare il giorno, dopo quasi trent’anni di discussione, in cui decidersi a decidere non solo se superare il bicameralismo perfetto, ma anche come. Una democrazia che discute, ma non decide mai, di fatto gira a vuoto e alla fine si indebolisce.
Il secondo aspetto che vorrei sottolineare è che la procedura che si sta seguendo è quella dell’art.138 della Costituzione. Non vi sono bicamerali o comitati tanto contestati fino allo scorso anno. Seguire il 138 vuol dire che la procedura è ancora lunga. Il Senato dovrà approvare a sua volta le modifiche approvate dalla Camera. Poi, sia Camera che Senato, dopo almeno tre mesi, dovranno approvare il testo definitivo, entrambi con la maggioranza assoluta dei componenti. Siamo già verso la fine del 2015. Poi nel 2016 vi sarà il referendum confermativo, dove non è previsto quorum e quindi gli elettori che parteciperanno daranno il sì definitivo o bocceranno la riforma costituzionale.
Una riforma che non ha più il consenso di Forza Italia, per un motivo strumentale, considerato che il testo era stato condiviso. Volevano essere loro a decidere il Presidente della Repubblica. Non è andata così e ora gridano al tradimento di patti inesistenti su questo punto. Come già nel 1998 e nel 2012, quando si arriva al momento decisivo, Berlusconi trova una scusa per interrompere qualsiasi processo riformatore, perché a lui va bene solo una democrazia con regole farraginose, in cui possa giocare un ruolo di condizionamento a prescindere dal consenso elettorale.
Il pacchetto delle riforme istituzionali prevede anche la legge elettorale. Dopo l’approvazione in prima lettura alla Camera e le positive modifiche al Senato, nelle prossime settimane la Camera dovrà decidere se approvarla definitivamente o introdurre ulteriori modifiche e rimandare il testo al Senato.
C’è un dibattito interno al PD, in cui vi sono posizioni che sostengono che con un Senato di nominati e la Camera eletta con la nuova legge elettorale, gran parte dei parlamentari saranno nominati e crescerà a dismisura il potere del premier.
Non condivido.
Innanzitutto né il premier né il segretario di un partito, anche quando siano la stessa persona, possono controllare venti consigli regionali, composti da eletti con le preferenze. I consigli regionali decideranno autonomamente.
In secondo luogo la Camera avrà una maggioranza di 340 deputati su 630, che spetterà a chi sarà arrivato primo superando il 40% o a chi sarà arrivato primo al ballottaggio, nel caso non si verifichi la prima condizione.
Essendo i collegi 100, i capilista eletti senza preferenze possono essere al massimo 100 (potrebbero essere
meno, perché la stessa persona può essere candidata come capolista fino a 10 collegi). Quindi gli eletti della maggioranza con le preferenze sono come minimo 240, cioè il 70% della maggioranza. Non sono possibili calcoli certi per i 290 deputati delle opposizioni. Dipende dai risultati elettorali. Ammesso che siano tutti capilista scelti dai leaders e pertanto “nominati”, questo significherà che i leaders dell’opposizione avranno il pieno controllo dei loro gruppi parlamentari, mentre il premier dipenderà per la maggior parte da deputati eletti con le preferenze. Non vedo quindi questo strapotere del premier. Pertanto penso si debba procedere all’approvazione definitiva della legge elettorale.
On. Maino Marchi