Tavolo Economia e Lavoro prima sessione. Contributo di Federico Mioni
Italia ed Europa fra Cina e Usa: quali spazi per le imprese italiane.
Federico Mioni, docente presso IULM (Milano) ed esperto di formazione manageriale
Per ragioni di sintesi, ci soffermeremo sulla realtà meno conosciuta, la Cina, e sull’Italia.
La Cina non è più la “Cheap China” di cui parlava (sancendo la fine di quella stagione) un libro di qualche anno fa; al contrario, ha da tempo intrapreso un nuovo corso e, come nel suo stile, lo sta seguendo con grande rapidità.
Un solo esempio: la “Belt and Road” lanciata da Xi Jinping comporta una pesante revisione delle modalità di gestione del paese sia in chiave politica (secondo l’ulteriore accentramento autoritario portato da Xi) che, soprattutto, economica. Si moltiplicano gli investimenti, e vi è un’imprenditoria medio-piccola di tipo innovativo.
I cinesi sono molto riservati quando si parla di politica, ma è indubbio che qui il capitalismo gioca una carta fondamentale: la libera iniziativa è incentivata in modi e forme sempre nuovi e i comportamenti indesiderati vengono fortemente disincentivati. Per l’imprenditoria cinese, infatti, i visti sono sempre veloci e disponibili, il supporto statale accessibile, gli incentivi all’export consistenti e mai in calo. Al contrario, per gli stranieri che vogliono investire, il vento è cambiato: gli investimenti desiderati sono raccolti in una lista, per gli altri la strada è dura, spesso impossibile. E con la Trade War con gli Usa, che sarebbe meglio chiamare TECH WAR, le cose sono peggiorate.
Oggi la Cina ricerca tecnologia, prodotti a valore aggiunto, riduzione dell’inquinamento, migliori condizioni di salute per i cittadini (anche per ragioni economiche e non solo sociali). Una serie di esperimenti sociali ed economici, riusciti e non, hanno comunque dato i loro frutti indicando la strada scelta per lo sviluppo; molte cose sono apertamente dichiarate, altre facilmente intuibili, ma di molte altre scopriremo gli effetti solo in futuro, perché in Cina la politica non è orientata al breve termine come le imprese.
La Cina è il più forte importatore netto di materie prime provenienti dall’Asia, ma anche di componenti meccanici ed elettronici destinati alla trasformazione in beni a forte valore aggiunto per l’esportazione e – novità – per il consumo interno. I primi tre beni di importazione sono macchinari e componenti elettrici, macchine/attrezzature meccaniche, prodotti siderurgici.
Con la nuova «Via della Seta» la Cina ha messo in campo miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture e altri settori anche se oggi il progetto ha
rallentato, già da prima del Corona e per altri motivi, fra cui le resistenze geopolitiche. Per rapportarsi con la Cina senza soccombere, ancor più dopo il gelo che vi sarà per la vicenda di Hong Kong, l’Italia e le sue imprese devono:
• Comprendere le attuali politiche di sviluppo della Cina e le prevedibili evoluzioni, specie nel manifatturiero e nei settori Made in China 2025;
• Approfondire rischi e opportunità nelle Joint Ventures in Cina (evitare di dover cedere tecnologia senza garanzie e reciprocità);
• Capire le modalità della competizione in Cina, la tutela dell’Intellectual Property, la gestione del personale cinese e di quello expatriate;
• Come fare investimenti in Cina nell’era di Xi Jinping: opportunità e possibili rischi, in un quadro che ora cambierà per la Trade/Tech War;
• Conoscere bene imprese cinesi ed italiane localizzate in Cina nei settori Meccatronica, ICT, Tessile-Abbigliamento;
• Capire la logica delle scelte di investimenti a matrice cinese in Italia, per fare sinergia (sfruttando la liquidità) senza cedere gli asset strategici.
Molto più conosciuto il contesto per le imprese italiane negli USA: basta dire che rimane il più grande mercato del mondo, e che punta molto sull’innovazione (non solo Silicon Valley e Boston, ma NY e molte altre aree). Quanto ai rapporti con la Cina, la sintesi è nel libro di F. Rampini, La seconda guerra fredda.
Difficile fare una sintesi della “to do list” delle imprese italiane e del Governo:
• proteggere il sistema industriale, sia sul B2B che sul B2C: dal primo punto di vista si deve saper “leggere” la nuova supply chain mondiale nei principali settori, e tutelare settori riscoperti in questi mesi come strategici (non solo pharma e alimentari, ma anche acciaio, decisivo per settori come automotive, costruzioni, elettrodomestici e altri);
• sul versante B2C si deve fare niche finding di prodotto e country finding (da tenere presente i paesi ASEAN, che preferirebbero partner occidentali e non cinesi, e hanno ottime prospettive di import/export con l’Italia);
• su entrambi i versanti si deve accrescere la cd servitizzazione del prodotto, e non restare scoperti sulla nuova frontiera del 5G., agganciandosi a quelle iniziative (USA e UE) che non vogliono la dipendenza dai cinesi;
• se è vero che “niente sarà come prima”, è inevitabile che bisognerà iniziare a disinvestire da certi settori: ad es., spostare risorse dall’edilizia tradizionale verso quella green e sostenibile;
• si dovranno aiutare tante piccole realtà del commercio, trasporto leggero, ristorazione e di altri settori a irrobustirsi dal punto di vista tecnologico, con app o altri strumenti che rafforzino la capacità di resistere a un mondo che va verso la digitalizzazione spinta.
Il futuro dell’Italia è in una stretta sinergia con l’Europa, e in particolare far sì che l’enorme disponibilità di fondi sia canalizzata non solo sulla necessaria tutela
di tante imprese nella fase di (non breve) transizione, ma con investimenti nella direzione del Green New Deal, che, in un mare di richieste comprensibili e giuste ma connotate dal modello presente, rischia di perdere la centralità.
Per il resto, serve un’Europa di valori e non solo di interessi, come scudo ideale e non solo monetario quando a settembre si aprirà la vera crisi sociale: si deve far percepire un senso di COMUNITÀ, e servono LEADER CAPACI DI EMPATIA ma anche, quando servirà, di fare scelte impopolari ma mosse da una VISIONE di sostenibilità ambientale e sociale. Il XXI secolo ce lo giochiamo ora, e sappiamo che i riformisti, come diceva Federico Caffè, sono “sempre soli”, ma sono quelli che faticosamente portano avanti le uniche modifiche migliorative nella vita di comunità e nazioni.