Tavolo Parità di Genere. Contributo di Natalia Maramotti

Tavolo Parità di Genere. Contributo di Natalia Maramotti

Fattore “D”: mercato del lavoro e conciliazione delle esigenze di vita- con la miccia dell’eguaglianza come accendere il mercato del lavoro che fa crescere l’Italia

L’emergenza Covid  ha fatto emergere prepotentemente, come un rivelatore, le molte problematiche che affliggono  un Paese, l’Italia,  che in questi ultimi vent’anni pare frenato , con una modesta crescita economica, un invecchiamento della popolazione e un decremento costante delle nascite. Eppure dagli anni 80 in avanti  si è sviluppato un nuovo filone di ricerca economica e sociale  che ha portato ad affermare quanto segue: la differenza per la dinamica di sviluppo di un paese la fa il lavoro delle donne.

Di questa tesi  si fa interprete nel 2008,con l’uscita del volume “Il Fattore D” , Maurizio Ferrera e poiché il suo testo appare assolutamente contemporaneo, ancorchè siano trascorsi 12 anni dall’uscita, tocca constatare che in Italia non si prende sul serio l’assioma secondo il quale le donne sono il vero motore della economia mondiale.

Nel 2006 “The Economist” riporta affermazioni sorprendenti :”nell’ultimo decennio l’incremento dell’occupazione femminile nei paesi sviluppati ha contribuito alla crescita del PIL globale più dell’intera economia cinese”. L’Italia pare rinunciare a questa possibilità di sviluppo; del resto dal 2006 al 2020 si registra un modesto aumento della occupazione femminile che va dal 46,3% al 49,5%, inchiodando il nostro Paese al terzultimo posto nella UE prima di Grecia e Malta.

Nella nostra realtà locale e regionale certo la situazione è differente: a Reggio Emilia e provincia abbiamo raggiunto un tasso di occupazione del 70,3%, che per le donne risulta pari al 62% ( era il 59% nel 2018), non distante dal tasso di occupazione regionale pari al 70,5% e al tasso regionale di occupazione femminile pari al 65%. Questa diversa condizione di presenza delle donne nel mercato del lavoro è garantita da un mix di ragioni, alcune di natura culturale, legate alla coscienza di genere che le donne hanno mostrato dal dopoguerra ad oggi nel nostro territorio , dalla presenza di servizi per l’infanzia, che sono in buona parte da considerarsi un effetto di questa coscienza di genere e della capacità di trasformarla in indirizzo politico poi in scelte di amministrazione delle città.

Ma l’Italia non è l’Emilia Romagna; è del tutto evidente che per la qualità della vita nel nostro contesto regionale  e locale non è ininfluente ciò che accade nel contesto nazionale, in relazione alla dinamica donne e lavoro.

Proviamo a mettere in fila le ragioni che tante volte abbiamo evidenziato a sostegno della importanza della presenza delle donne nel mercato del lavoro:

1)      Innanzitutto il lavoro genera autonomia economica e autorialità femminile, capacità di incidere sulle scelte di vita, anche in caso di crisi coniugale;

2)      L’aumento del reddito della famiglia, determinato dalla presenza di un reddito della donna, diminuisce il rischio di vulnerabilità per eventi imprevisti , maggiore sicurezza significa anche maggiore dinamicità della famiglia e capacità di adattabilità;

3)      Il lavoro delle donne crea nuovo lavoro, le famiglie a doppio reddito infatti domandano servizi; tra l’altro mentre i servizi alle imprese possono notoriamente essere delocalizzati ( vedi call center) i servizi alle famiglie  no, sono dunque lavoro che occupa nuove persone nel territorio che lo genera.

Mettiamo ora in evidenza gli effetti negativi che genera la mancanza di  occupazione femminile:

1)      In primo luogo minore capacità di autodeterminazione e dunque di libertà per le donne;

2)      In secondo luogo il c.d. fenomeno delle “culle vuote” ; contrariamente a una vulgata per fortuna ora non più diffusa, perché smentita dai dati, le donne che lavorano sono più libere anche di dare spazio al proprio desiderio di maternità.  Il basso tasso di occupazione delle donne in Italia fa il paio con il ridotto numero di figli per donna pari all’1,28%

3)      In terzo luogo la scarsità di risorse economiche di una famiglia monoreddito, più esposta a tutte le disavventure occupazionali dell’unico lavoratore, genera povertà infantile. In Italia ci sono troppi bambini poveri che vivono in famiglie al di sotto della soglia di povertà. Del resto le politiche contro la povertà e le politiche per incrementare i servizi all’infanzia non sono state una priorità  nel nostro Paese.

Ma le donne che non lavorano per il mercato, traendo un salario o uno stipendio dalle proprie prestazioni lavorative, che cosa fanno?

Lavorano in casa , “fanno i mestieri” e accudiscono persone; questo lavoro non è retribuito e come noto non contribuisce alla misurazione dello stato economico di un paese . Si chiama lavoro di riproduzione sociale e forse dovremmo domandarci se è giusto che non appaia in nessuna statistica economica considerato che senza questo lavoro non ci sarebbero nemmeno le  condizioni per consentire un “mercato”.

Ma sempre per costruire uno scenario sul quale incardinare gli interventi delle nostre ospiti l’On.le Antonella Incerti e la Consigliera di Parità Regionale Sonia Alvisi, proviamo a domandarci come va nell’unione Europea la questione donne / lavoro?

Secondo i dati Eurostat nel 2018 il tasso di occupazione  totale nella fascia 20/64 ha raggiunto nella UE- 28 il 73,1%, la media annua più alta mai registrata, che però non rende conto delle forti disparità tra i paesi membri. Alla sommità della scala si trovano i paesi nordici Svezia , Danimarca e Finlandia che superano il 75%, andando cosi’ oltre l’obiettivo di occupazione del 75% previsto dalla strategia Europa2020, adottata dal Consiglio Europeo nel 2010. All’estremità opposta della scala il tasso di occupazione è rimasto distante dall’obiettivo UE  in Romania, Belgio,Spagna, Croazia, Italia e Grecia. In questo panorama generale come sono posizionate le donne?

Dal 2002 il tasso di occupazione per le donne è cresciuto in tutta Europa, con un aumento di 9,2 punti percentuali a livello UE. I maggiori incrementi si sono avuti a Malta (29%) in Bulgaria (16%) e in Germania (14%). I maggiori tassi di occupazione  per le donne nel 2018 invece sono stati registrati  in Svezia (80,4%) e in Islanda (83,2%) mentre i valori più bassi in Grecia (49,1%) e in Italia con il 53,1%.

I numeri restituiscono con una cocente lucidità la vistosa anomalia del nostro modello economico/sociale  ossia l’enorme capitale umano femminile inattivo del nostro paese. Se è così bisogna dire che oggi in Italia “è il tempo delle donne”, non solo sul piano del discorso pubblico, come necessario precursore dell’agire, ma anche sul piano  della azione politica  per correggere le tante distorsioni e manchevolezze del nostro sistema che di fatto, ostacolando il lavoro delle donne, ostacola la crescita del paese e dunque anche la qualità della vita di tante famiglie.

Si tratta di intervenire sui congedi parentali, in modo strutturato rendendo gli stessi appetibili economicamente anche per i padri, sulla organizzazione del lavoro, traendo l’occasione dalla sperimentazione coatta dello smart working, generata dal Covid 19 , per disciplinare il lavoro a distanza affinchè non diventi  una ulteriore occasione di iniquo sfruttamento delle prestazioni lavorative in particolare della componente femminile del mercato del lavoro,  sull’incremento dei servizi all’infanzia , in particolare per la fascia 0/3,infatti i posti disponibili coprono il 24,7 per cento dei potenziali utenti, ossia i bambini e le bambine con meno di 3 anni,  e infine sulla cultura delle relazioni maschio/femmina che relegano la condivisione del lavoro di cura all’interno delle famiglie ad una iniqua e asimmetrica divisione dei ruoli , tanto da far sì che il divario tra il tasso di occupazione delle madri e dei padri nel nostro Paese superi il 28% , registrando, secondo l’Istat, il fatto allarmante dell’abbandono del lavoro  di una donna su tre dopo il primo figlio.

Questa serie di interventi sono oggetto del discorso pubblico, delle strategie dei decisori politici nazionali, in particolare del documento “Donne per un nuovo rinascimento”, dei suggerimenti  degli istituti di ricerca  e dei ricercatori universitari, della letteratura socio-politica nazionale : come trasformare tutto questo in reali strategie di innovazione a seguito della più grave crisi globale dal secondo dopoguerra ad oggi?

La lezione della storia è chiara: l’azione politica per le donne deve essere innanzitutto azione delle donne. Dalle suffragiste, alle emancipazioniste, alle femministe la storia ci restituisce  poderosi cambiamenti nati dal basso, capaci di trascinare verso la logica necessaria per la vita delle democrazie, ossia quella della eguaglianza sostanziale, tutto il Paese.

Top