Un po\' di pillole qua e là
Fare politiche industriali è vivacchiare?
Sento spesso dire che il Governo Letta vivacchia o si limita a rinviare i problemi. Qualche volta rinviare è in parte risolvere. Il primo luglio sarebbe scattato un punto in più di IVA, dal 21 al 22%. Il provvedimento del Governo non è stato strutturale – non ha eliminato l’aumento per sempre – ma limitato nel tempo. Però il risultato è che quell’effetto negativo sui consumi, sui redditi più bassi, sull’ultimo anello della filiera commerciale per ora non c’è stato.
Il punto che tuttavia vorrei sottolineare è un altro.
Questo è il primo Governo, dopo il Governo Prodi del 2006-2008, che abbia ripreso a fare politiche industriali. Un aspetto sparito con il Governo Berlusconi, ripreso negli annunci, ma non nei fatti, con il Governo Monti. I provvedimenti del Governo Letta che costituiscono il primo nucleo di politiche industriali sono almeno cinque: quello sui pagamenti dei debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese, quello sull’Ilva, quello sull’efficienza energetica degli edifici e le ristrutturazioni edilizie, quello sull’IVA e quello denominato decreto del fare.
Ecco. Credo ci sia da chiedersi: iniziare a fare politiche industriali è vivacchiare, è accontentare Berlusconi e Brunetta, o è avviare una politica di innovazione, che comincia ad affrontare i problemi della crescita? A me pare buona la seconda.
Quali politiche industriali nel decreto del fare?
Sono diverse. Riassumibili in tre filoni principali: azioni per la crescita, semplificazioni amministrative e fiscali, misure per il miglior funzionamento della giustizia civile.
L’ultimo filone agisce su una materia che è tra quelle che maggiormente scoraggiano gli investitori esteri e non solo, cioè i tempi della giustizia civile. L’obiettivo è di ridurre in cinque anni le pendenze di oltre 1.150.000 pratiche.
Le semplificazioni, vere, che prevede il decreto sono a volte discutibili, ma nel complesso possono contribuire a ridurre i tempi e i costi per il nostro sistema produttivo.
Le azioni per la crescita riguardano il credito, l’energia, l’agenda digitale, le infrastrutture e la ricerca. Sono speso misure parziali, ma essendo molte e su aspetti strategici, possono dare uno stimolo positivo alla crescita.
L’atteggiamento verso il Governo è materia congressuale?
L’atteggiamento verso il Governo sarà uno degli oggetti su cui si svilupperà il confronto congressuale del PD. Mi pare ci siano già tutti gli elementi per affermarlo, perché tutti i possibili candidati allo stato attuale lo stanno affrontando.
Vedo per ora tre atteggiamenti diversi. Due netti e uno un po’ più sfuocato.
Un primo atteggiamento deriva dalla non condivisione della nascita del Governo Letta. E’ una posizione legittima, che è giusto abbia piena cittadinanza nel Congresso. Raccoglie certamente l’opinione di tanti. A mio avviso nega un elemento essenziale: questo Governo non è quello che voleva il PD, ma l’unico possibile (a meno di elezioni anticipate immediate) vista l’indisponibilità del M5S per far nascere un governo di cambiamento. C’è qualche elemento per pensare che, se si chiude subito questa esperienza, ci siano già le condizioni per un governo con SEL e M5S? A me non pare. Possono forse esserci in futuro. Probabilmente solo se ci sarà una vera e propria scissione nel M5S. Per ora, e ancora per diverso tempo, a me sembra che l’unica alternativa immediata al Governo Letta sia quella delle elezioni anticipate.
Poi c’è l’atteggiamento di chi dice di sostenere il Governo, ma lo critica in continuazione. Sostanzialmente descrivendolo come subordinato a Berlusconi e incapace di fare ciò che serve. Non è difficile criticare un governo che non ha quasi nessun margine di manovra sul versante della finanza pubblica per tutto il 2013. Elemento oggettivo. Sarebbe così per qualunque governo. L’effetto politico può essere alla fine uguale al primo atteggiamento: la caduta del Governo. L’unica differenza è che non lo si teorizza, ma di fatto lo si pratica.
Infine c’è l’atteggiamento di sostegno al Governo, fino a quando continuerà ad affrontare e cercare di risolvere i problemi del Paese. Consapevoli che molte soluzioni possono essere di compromesso. Fino a questo punto, però, non sono stati compromessi contrari alla nostra impostazione. Dovrei per questo rinviare all’articolo di un mese fa.
Io condivido questa posizione. Sapendo che occorre un po’ di tempo per tre aspetti: ridare fiato alla nostra economia, con interventi a sostegno dell’occupazione e della crescita (come quello sull’occupazione giovanile o le maggiori risorse che l’Unione Europea investirà in tal senso, anche grazie alla nostra ferma richiesta su questo punto); verificare se ci sono le condizioni per approvare quel minimo di riforme costituzionali e istituzionali di cui si parla da tanto tempo, in grado di migliorare il funzionamento della Repubblica e di ridurre i costi della politica; far maturare le condizioni politiche affinché dopo questa esperienza di governo non si torni a quelle precedenti, ma si possano aprire nuovi orizzonti per il Partito Democratico e il centrosinistra.
Non è l’unico tema congressuale, ma certamente non è l’ultima questione.